LA VALLATA DEL SENIO

Rappresenta uno degli ambienti naturalisticamente meglio conservati e più suggestivi dell’Appennino Tosco-Romagnolo. La presenza dell’uomo in questo ambiente ha avuto vicende alterne: fino agli anni ’60, fin quando cioè l’economia rurale montana permetteva la sopravvivenza di famiglie e comunità in Appennino, la vallata era densamente abitata. A testimonianza di ciò è sufficiente osservare in una vecchia carta la densità di case e abitati sparsi nel territorio, anche nelle zone più disagiate e meno produttive. Una civiltà che può essere definita proto-ecologista, che ha saputo vivere in questi ambienti, esclusivamente con l’ingegno ed il lavoro, quindi in modo sostenibile, anche senza avere la minima percezione del significato di questo termine. Ma non sono solo queste architetture le uniche testimonianze della presenza dell’uomo in queste vallate: gli stessi boschi, se analizzati con un occhio attento nella loro struttura e composizione, ci raccontano qualcosa dell’economia di queste famiglie, così come quello che rimane dei pascoli, dei coltivi, delle sistemazioni del terreno, che costituiscono elementi storico-paesaggistici in grado di raccontarci storie che altrimenti andrebbero dimenticate.Una vallata quindi un tempo abitata e poi, dal secondo dopoguerra, abbandonata. Di tutto questo oggi cosa rimane? Ruderi, boschi ancora “immaturi”, ambienti in evoluzione, come ex pascoli, coltivi, castagneti abbandonati.Si ottiene così un variegato mosaico di ambienti, ognuno con la propria storia e vocazione, che tutti insieme permettono ad una eccezionale varietà di esseri animali e vegetali di vivere e riprodursi

L’IMPORTANZA DELLA BIODIVERSITÀ

L’importanza della biodiversità è data principalmente dal fatto che la vita sulla terra, compresa quella della specie umana, è possibile principalmente grazie ai cosiddetti “servizi” forniti dagli ecosistemi che conservano un certo livello di funzionalità. Questi servizi sono generalmente raggruppati nei seguenti gruppi:

– Servizi di fornitura, ad es. cibo, acqua, legno e fibre 

– Servizi di regolazione ad es. stabilizzazione del clima, assesto idrogeologico, barriera alla diffusione di malattie, riciclo dei rifiuti, qualità dell’acqua 

– Servizi culturali ad es. i valori estetici, ricreativi e spirituali 

– Servizi di supporto ad es. formazione di suolo, fotosintesi, riciclo dei nutrienti

La visione moderna del rapporto fra uomo e ambiente è quindi quella che riconosce la diversità biologica come elemento chiave del funzionamento dell’ecosistema Terra.

La diversità biologica è considerata non solo la varietà delle specie e sottospecie esistenti ma anche la diversità genetica e la diversità degli ecosistemi.

Esistono vari motivi per mantenere un’elevata biodiversità. La perdita di specie, sottospecie o varietà comporta infatti un danno:

 – Ecologico, perché comporta un degrado della funzionalità degli ecosistemi;

 – Culturale, perché si perdono le conoscenze umane legate alla biodiversità; 

 – Economico, perché riduce le risorse genetiche potenziali.

GLI ABITANTI DEL BOSCO

Il territorio appenninico comprende una grande varietà di ambienti che consente a moltissime specie animali di trovare le condizioni adatte per vivere e riprodursi.

Parte del fascino degli animali di montagna risiede proprio nella loro capacità di vivere in condizioni difficili, spesso estreme. Il gelo invernale, la scarsità di cibo, il vento sferzante e le forti radiazioni solari vengono affrontati grazie ad adeguate strategie di adattamento. 

Così, ogni ambiente, se osservato con attenzione, rivela una grande ricchezza di forme animali. Una meravigliosa abbondanza di specie che spesso risulta invisibile a chi non vi si avvicina con pazienza e rispetto.


IL LUPO (Canis lupus) è forse l’animale che da più tempo si confronta con la nostra specie. Antenato dei cani domestici, ha da sempre rappresentato l’altra faccia della medaglia del “miglior amico dell’uomo”: il competitore per la selvaggina e il predatore del bestiame domestico. È un animale timoroso e con sensi molto sviluppati. Per questo è molto difficile avvistarlo e, in caso di incontro fortuito, non è necessario avere paura: in condizioni normali non si verificano mai comportamenti aggressivi.

Capriolo (Capreolus capreolus) Vi potrà capitare di sentire uno strano abbaìo, troppo rauco per essere di un cane. Ebbene, l’autore di quel versaccio è il capriolo, il più piccolo cervide europeo, ungulato tanto grazioso quanto rumoroso, almeno durante la stagione degli amori.

Cervo (Cervus elaphus) Sicuramente è più difficile da osservare, vista la minor densità di popolazione rispetto agli altri ungulati presenti nel comprensorio. Ma se abbiamo la grande fortuna di incontrarlo, rimaniamo colpiti dalla sua eleganza e maestosità, date le imponenti dimensioni e, nel maschio, l’imponente palco.

Daino (Dama dama) Il daino, ungulato di dimensioni intermedie tra capriolo e cervo, non fa parte della fauna autoctona, ossia originaria dei nostri territori. Introdotto in Italia sin dall’epoca Romana, prevalentemente dall’Asia Minore, il daino viene oggi considerato quasi naturalizzato.

Vipera aspis, è un genere di serpenti velenosi, appartenenti alla famiglia Viperidae.Questi serpenti sono caratterizzati da una testa a forma triangolare e a punta, con un corpo tozzo e una coda corta e rastremata.l loro veleno può essere mortale solo in pochi casi e per questo basta attenersi al buon senso ed evitare i luoghi più a rischio, soprattutto se non siamo adeguatamente vestiti. In ogni caso nella remota probabilità di essere morsi, ricordate di stare immobili, cercando di limitare il deflusso sanguigno, e chiamate immediatamente i soccorsi.

Il biacco (Hierophis viridiflavus) è un serpente non velenoso della famiglia dei Colubridi, Di colore giallo-nero, vi farà sobbalzare, srotolandosi come una frusta e fuggendo (non a caso qualcuno lo chiama “frustone”). Stava crogiolandosi al sole, magari digerendo un lauto pasto di uccelli, piccoli mammiferi o lucertole.

L’aquila reale (Aquila chrysaetos) è un rapace di grandi dimensioni, riconoscibile perché volteggia lento e muovendo pochissimo le ali. La sua presenza è strettamente legata a zone rupestri indisturbate e ad ampie aree aperte dove poter cacciare lepri, serpenti, uccelli e giovani ungulati selvatici.

La poiana (Buteo buteo) è il rapace diurno più diffuso e la sua presenza viene spesso rivelata dal verso, un alto e lamentevole “pi-uu”, spesso allungato, emesso di frequente e facilmente identificabile. La poiana si presenta in volo come una piccola aquila, dalla testa grossa, la coda larga arrotondata, il collo robusto ed il corpo massiccio.

Il gheppio (Falco tinnunculus) è un falco di dimensioni piccole e silhouette facilmente riconoscibile grazie alle ali lunghe e appuntite e la coda stretta e lunga. Appare spesso identificabile da grande distanza anche per l’abitudine di fare lo “spirito santo”, cioè di vibrare in aria sbattendo velocemente le ali con la coda aperta a ventaglio. 

IL BOSCO APPENNINICO

I rilievi del complesso appenninico appaiono rivestiti fino alla sommità da estesi boschi di latifoglie, con faggete nelle parti sommitali e castagneti, prevalentemente da frutto, nelle zone più basse. A seconda del versante e dell’esposizione oltre a queste due tipologie di bosco sono presenti estesi boschi misti, con roverelle, cerri, carpini e altre piante tipiche di questa fascia vegetazionale. Gran parte dei boschi di latifoglie dell’Appennino sono tradizionalmente gestiti con il governo “a ceduo”, con tagli periodici, effettuati di solito ogni 12-18 anni, tempo necessario agli alberi per emettere ed accrescere nuovi “polloni”. Durante il taglio alcune piante, chiamate “matricine”, vengono lasciate crescere ad alto fusto per più turni, con la finalità di proteggere il suolo, garantire la disseminazione e assicurare legname da opera al momento del taglio. Localmente, in particolare nel bosco di faggio, si attuava il cosiddetto taglio sterzo o taglio della formica, che prevedeva un intervento mediamente ogni 8 anni, durante il quale si prelevava il pollone più vecchio (24 anni) e si operava il diradamento dei polloni soprannumerari di età intermedia. 

Il faggio (Fagus sylvatica) è specie tipicamente forestale che conquista il piano montano dando vita a boschi tendenzialmente monospecifici molto suggestivi. Il faggio colonizza la maggior parte dei rilievi alpini e appenninici, dove forma boschi puri (faggete)   Il tronco del faggio si riconosce per la superficie liscia e le macchie argentate. Il suo legno, omogeneo e resistente, è ottimo per lavori di tornitura e mobileria, un tempo era utilizzato per le traversine ferroviarie e soprattutto come combustibile.

La quercia (Quercus) è un albero deciduo e sempreverde di grandi dimensioni e molto longevo. Esistono, infatti, esemplari che raggiungono i 500 anni di età. Appartiene alla famiglia delle Fagacee e può raggiungere anche i 30 metri di altezza. Sui rami spuntano le ghiande, i tipici frutti che contengono il seme di quest’albero. Queste noci secche non si aprono una volta raggiunta la maturità e sono parzialmente ricoperte da una cupola 

Il castagno (Castanea sativa) è una pianta che cresce molto velocemente e vive a lungo, anche più di 500 anni, raggiungendo dimensioni notevoli. Le foglie, emesse prima della fioritura, compaiono tardi in primavera. Per questo motivo il bosco, luminoso fino all’inizio dell’estate, è molto ricco di fiori e di funghi. 

il suo frutto, il “marrone” è ancor oggi fonte importante della economia locale, essendo insignito con la denominazione IGP.

Il frassino (Fraxinus) è un albero di grande rilievo paesaggistico per merito della sua eleganza ed imponenza. Appartiene alla famiglia delle Oleaceae ed è presente in numerose varietà. Originario dell’Europa e del Caucaso, in Italia cresce nei boschi fino a 1500 metri di altitudine ed è diffuso soprattutto al Centro-Nord.

Il cerro (Quercus cerris), appartenente anch’esso alla famiglia delle Fagaceae, si riconosce per le foglie spesso profondamente lobate, quasi a toccare la nervatura centrale, e la base provvista di stipole lunghe e strette. Il frutto è una ghianda caratterizzata da un peduncolo molto corto e una cupola con squame lunghe e morbide.

Il carpino  (Ostrya carpinifolia), albero di media grandezza, in genere tra 10 e 15 metri d’altezza è facilmente riconoscibile, in primavera, per le foglie semplici, a forma ovale, allungate, simili a quelle del faggio ma con il bordo seghettato e la nervatura principale molto evidente. I frutti sono acheni a grappolo di colore bianco/verde.

LE PIANTE EDULI

Fiori eduli o edibili non sono altro che i fiori che si possono mangiare. Possono essere usati per arricchire insalate, salse o creme, come ingredienti per zuppe, risotti o frittate, per decorare torte e dessert o per aromatizzare carne e pesce. Ingredienti speciali che regalano un tocco di colore e gusto in più ad ogni ricetta, apportando al corpo vitamine, minerali, flavonoidi e carotenoidi, sostanze di cui sono ricchi. Solitamente la parte edibile dei fiori sono i petali, meglio quindi togliere i pistilli ed i gambi prima di mangiarli.

Attenzione! Si consiglia il consumo solo se adeguatamente istruiti. 

Corniolo (Cornus)

Arbusto o piccolo albero frequente vicino ai corsi d’acqua, ai fossi o nelle zone fresche. È una delle piante prime a fiorire ricoprendosi di bellissimi piccoli fiori di colore giallo. I suoi frutti (piccole olive) di colore rosso compaiono fra agosto ed ottobre. I frutti eduli, quando sono rossi lappano mentre virando al rossobruno diventano di un dolce acidulo.

Pimpinella (Poterium sanguisorba L.)

Pianta erbacea perenne della famiglia delle rosacee. Conosciuta anche con il nome di erba noce, erba cetriolo, erba melone per via dei suoi sapori che vengono rilasciati durante la masticazione. Sempreverde e presente tutto l’anno, nei prati, nelle scarpate, si raccolgono le foglie per aromatizzare insalate, salse, vini. 

Piantaggine (Plantago sp.)

Pianta erbacea perenne, se ne trovano di 3 specie spontanee che differiscono per le dimensioni delle foglie da lanceolate ad obovate. Il sapore delle foglie giovani è dolce con un retrogusto leggermente amarognolo. Le foglie si applicano esternamente come decongestionante e per togliere il prurito. Si possono cuocere per preparare frittate. Curiosità: con le foglie si fanno dei macerati utili per controllare la peronospora (fungo che colpisce la vite ed altre piante da frutto).

Il Verbasco (Verbascum thapsus L.) Pianta erbacea biennale che in fioritura può raggiungere altezze di 2,5 metri. Le sue foglie ovali allungate di grandi dimensioni alla base diventano sempre più piccole fino all’apice e sono ricoperte di una fitta peluria verde biancastro. I fiori sono gialli e compaiono fra giugno ed agosto. 

Chiamato anche tasso barbasco, lo si trova sempre ai margini di strade, di boschi e negli incolti. I fiori e le foglie vengono impiegati per la preparazione di rimedi fito- terapici. 

Biancospino (Crataegus monogyna Jacq.) Piccolo albero che a volte rimane un cespuglio formando delle macchie particolarmente aggrovigliate ed impenetrabili all’uomo ed a molti animali. Cresce spontaneo negli incolti. I suoi piccoli fiori di colore bianco compaiono in primavera. I giovani rami sono ricoperti di spine da cui il nome biancospino. I frutti eduli con all’interno un grosso nocciolo maturano a fine estate. Le foglie ed i fiori rientrano nella preparazione di molte tisane rilassanti.

Tarassaco (Taraxacum officinale Weber)

Diffuso un poco ovunque nei prati ed ai bordi di strade e fossi. Si riconosce facilmente per il suo fiore solitario di colore giallo che una volta sfiorito diffonde i suoi semi grazie ai suoi pappi da cui il nome di soffione. Conosciuto anche con il nome di piscialetto per l’attività diuretica della pianta o dente di cane per la forma delle foglie che ricordano i canini di un cane. Si utilizzano le foglie, i fiori ed i boccioli fiorali.

Strigoli (Silene sp.)

Conosciuta anche con il nome di bubbolini, orecchie di lepre, scoppietti, è una pianta erbacea perenne spesso in riposo vegetativo nei mesi freddi che riprende a vegetare in primavera. Le sue giovani foglie strette ed allungate (da cui il nome orecchie di lepre) sono particolarmente apprezzate per il gradevole sapore che rilasciano durante la cottura per aromatizzare e condire minestre, frittate, zuppe. Le foglie invecchiate diventano più consistenti e leggermente amare.

Serpillo (Thymus longicaulis Presl.) 

In toscana è conosciuto con il nome di “pepolino”; non sempre facilmente visibile per via del suo portamento strisciante. Cresce ai bordi di strade, nelle scarpate assolate, nei terreni poveri e rocciosi. Appare nei mesi di maggio-giugno quando si ricopre di piccoli fiorellini di colore bianco roseo. Il suo profumo delicato è quello del timo. Si usano le foglie ed i fiori per aromatizzare gli alimenti

Rovo (Rubus ulmifolius Schott.)            

Pianta arbustiva perenne molto diffusa ai lati dei sentieri dei coltivi e dei boschi luminosi dove spesso formano siepi impenetrabili. Particolarmente conosciuto ed apprezzato per i suoi frutti di sapore dolce che maturano a fine estate. Pochi conoscono invece che i giovani germogli raccolti in primavera lessati e conditi con olio sono molto buoni. I giovani germogli raccolti e messi a macerare in acqua per 6-8 ore danno un’ottima bevanda rinfrescante. Le foglie invece vengono impiegate per la preparazione di tisane per le numerose attività fitoterapiche.

Prugnolo (Prunus spinosa L.)

Piccolo arbusto o albero facilmente riconoscibile per via delle sue giovani ramificazioni con spine. In primavera è ricoperto di fiori bianchi mentre dal mese di agosto, fino in inverno la pianta matura dei bellissimi frutti sferici di colore blu violaceo dal sapore aspro ma particolarmente importanti e preziosi per la preparazione di ottimi liquori e grappe ed aromatizzazione di carni di selvaggina. Particolarmente apprezzati i suoi frutti dagli uccelli migratori.

Melissa (Melissa officinale L.)

Pianta erbacea dal gradevole profumo di limone. Presente più spesso vicino ai corsi d’acqua, ai fossi o nei luoghi freschi ed umidi. Il nome richiama la sua attività nettarifera attirando in fioritura molti pronubi. Dalle foglie si preparano liquori ed ottime tisane per la salute dell’uomo e degli animali. Spesso confusa con l’ortica per via delle foglie che assomigliano a quelle dell’ortica ma prive di peli urticanti.

Iperico (Hypericum perforatum L.)

Conosciuto anche con il nome di cacciadiavoli o erba di San Giovanni, l’iperico appare quando entra in fioritura per il colore giallo dei suoi fiori. In certe zone forma delle bellissime macchie colorate. La pianta alta fra gli ottanta ed i 110 cm si riconosce anche per le sue foglie piccole, opposte e riportanti dei punti traslucidi visibili in trasparenza (ghiandole) da cui il nome di perforatum. Nella tradizione popolare le sue infiorescenze si raccoglievano il 24 giugno per la preparazione dell’oleolito di iperico impiegato per lenire e curare le scottature, le ustioni, le ferite, le piaghe da decubito.